LORENTIAN 1 - THE ERA OF THE CIRCLE

L’ERA DEL CERCHIO

Traslazione di valore, educazione, impresa individuale e infrastrutture della previdenza nell’economia dell’intelligenza

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Non posseggo alcuna presunzione che ciò che scrivo debba essere riconosciuto nel momento in cui lo scrivo. Posseggo, semmai, un modello temporale del riconoscimento. Lo immagino muoversi come l’interesse composto: per un lungo periodo l’accumulazione è quasi invisibile; poi, se le premesse erano corrette e se la realtà comincia a corroborarle, la curva cambia inclinazione. I livelli non sono cinque, ma sei, perché il riconoscimento retrospettivo è un fenomeno differente dalla semplice diffusione mainstream.

Il primo livello appartiene a un nucleo ristretto di ricercatori maturi, accademici, pensatori critici e persone dotate di risorse cognitive fuori scala. Non necessariamente concorderanno con me; saranno, però, i primi a riconoscere la struttura di ciò che sto cercando di costruire, a separare l’intuizione dalla retorica e, forse, a utilizzare alcune di queste analisi per cogliere opportunità future.

Il secondo livello appartiene a chi cerca opportunità: imprenditori, investitori capaci, persone curiose che non leggono soltanto per conoscere, ma per tradurre la conoscenza in una startup, in una posizione di mercato, in una decisione di allocazione del capitale. In questa fase l’idea smette di essere soltanto un oggetto intellettuale e diventa una possibilità economica.

Il terzo livello appartiene ai creatori di contenuti, alle riviste indipendenti, ai piccoli divulgatori e agli interpreti dei segnali deboli. Arriva quando una parte delle analisi ha cominciato a trovare riscontro nella realtà e ciò che prima appariva eccessivamente astratto può essere raccontato come tendenza. È il momento in cui l’avanguardia viene tradotta in narrazione.

Il quarto livello appartiene ai lavoratori indipendenti, ai liberi professionisti e a chi adotta una tecnologia ormai prossima al mainstream per una necessità competitiva, economica e lavorativa. Non serve più condividere l’architettura teorica: è sufficiente riconoscere che non utilizzare quegli strumenti produce uno svantaggio.

Il quinto livello appartiene al pubblico generalista italiano e, in successione, europeo e internazionale; ai giornali nazionali; alla conversazione comune. A questo punto l’inevitabilità de facto è già entrata nella società ed è visibile a chiunque. La complessità originaria viene compressa in poche frasi, spesso attraversate da bias psicologici, semplificazioni e riconoscimenti tardivi.

Il sesto livello è quello della memoria retrospettiva: il pubblico riconosce l’avanguardia del mio operato nel presente e loda la capacità di aver compreso un passaggio con anni di anticipo. Ma questa fase, proprio perché è la più seducente, deve essere anche la più severa. Una previsione pubblicata dopo l’evento è una ricostruzione; una previsione pubblicata prima dell’evento è una posizione falsificabile. Le date, i criteri e gli errori devono restare visibili. Il riconoscimento futuro non può essere l’assioma da cui parto: può essere soltanto una conseguenza contingente della qualità e della tenuta delle analisi.

Questa è la logica del mio investimento più lungo nella divulgazione, nei media e nel personal brand. Il capitale non è soltanto l’attenzione che posso raccogliere oggi; è la differenza, documentata nel tempo, tra ciò che era osservabile quando ho scritto e ciò che è diventato evidente in successione.


IL PROBLEMA DEL CERCHIO

Dedico una parte della mia vita alla risoluzione di quello che chiamo il problema del cerchio. Lo intendo, qui, nella sua forma imprenditoriale: come metodo per mettere a leva le capacità che posseggo attraverso una struttura gerarchica ma meritocratica, fondata su valori riconoscibili, capace di posizionarsi nel mercato prima che il vento tecnologico diventi favorevole e, quando lo diventerà, di tradurre visioni corroborate dai dati in investimenti e costruzioni.

Se fossi vissuto nel Cinquecento, probabilmente avrei cercato di essere ingegnere, pittore, architetto e filosofo naturale: prima della piena formalizzazione secentesca della scienza moderna, quelle funzioni non erano ancora separate secondo i confini disciplinari contemporanei. Se fossi vissuto in una polis greca tra il IV e il III secolo avanti Cristo, probabilmente avrei cercato la politica e la filosofia; non una politica idealizzata come se ogni polis fosse stata governata dai migliori, ma la politica nella sua aspirazione più alta, come amministrazione della città e formazione dell’uomo pubblico.

Che cosa posso fare, oggi, per possedere un vantaggio equivalente? Posso riconoscere ciò che chiamo traslazione di valore. L’eccellenza, in parte propria e in parte determinata dal contesto, cambia di stato. Il ruolo che, in una data società, concentra conoscenza, responsabilità, costruzione e impatto non rimane identico nel tempo: trasla. La forma cambia; la sostanza, almeno nella mia ipotesi, permane.

La nostra epoca attribuisce scarso valore alla filosofia olistica, e in particolar modo alla spiritualità e alla metafisica, perché misura con maggiore facilità ciò che produce un risultato tecnico immediato. Non considero, tuttavia, queste materie scorrelate dalla scienza e dall’impresa. Le considero stati differenti di una medesima ricerca sulla sostanza: una ricerca che può attraversare l’umanesimo e la spiritualità, la scienza, l’innovazione tecnologica. In un futuro non tanto remoto potremmo attribuire nuovamente un valore elevato alla capacità di connettere questi stati senza confonderli.

In quest’epoca, per mettermi personalmente a leva e possedere un vantaggio competitivo nel mercato, devo quindi fare l’imprenditore: il costruttore, il builder, come lo chiamano a San Francisco. Se voglio aspirare a un impatto comparabile a quello che, in altre epoche, apparteneva al filosofo-politico o al polimata rinascimentale, devo costruire organizzazioni, prodotti, protocolli e istituzioni. Il cerchio comincia qui: la conoscenza si trasla in architettura; l’architettura in capacità produttiva; la capacità produttiva in una nuova possibilità di conoscenza.


L’EDUCAZIONE: LA PRIMA ARCHITETTURA

Uno dei primi paradigmi a essere ricostruiti sarà l’educazione. L’istruzione primaria e secondaria, per come la conosciamo oggi, non diventerà improvvisamente inutile; diventerà progressivamente inadeguata ogni volta che continuerà a offrire lo stesso percorso, alla stessa velocità, con la stessa modalità di verifica, a persone differenti. Questa è una mia previsione per il prossimo decennio, non un fatto già compiuto.

La centralità educativa dovrà essere ripristinata attraverso tre macro-aree.

La prima sarà costituita dalle discipline formali e quantitative: matematica, fisica e, in successione, le materie che richiedono modellizzazione, misura e verifica. Non perché il rigore tecnico di una disciplina la renda superiore, ma perché queste materie insegnano a distinguere ciò che si desidera sia vero da ciò che un sistema di vincoli permette di sostenere.

La seconda sarà costituita dalle materie di interlocuzione: quelle che uniscono rigore e creatività e obbligano più linguaggi a collaborare. L’architettura potrà incontrare la biologia, la biofisica e la biomimetica; la chimica potrà incontrare la geometria e il progetto visivo; la musica potrà incontrare la matematica, la geometria e l’acustica. Non saranno giustapposizioni ornamentali, ma problemi comuni osservati da strumenti differenti.

La terza macrostruttura sarà lo studio umanistico della lingua e dei sistemi interpretativi. Con i bambini si partirà dalla lingua, dalla scrittura, dai primi temi, dalla capacità di nominare con precisione un’esperienza. In successione si arriverà a livelli maggiori di astrazione, creatività e giudizio: letteratura, storia, filologia, epistemologia, geopolitica. La progressione dovrà premiare il singolo bambino, ragazzo o studente non perché coincide con una media, ma perché mostra una traiettoria riconoscibile di comprensione e di costruzione.

Su questa architettura potrà innestarsi la personalizzazione digitale. Immagino un dispositivo sopra ogni banco: nei primi anni uno strumento tattile utilizzato con misura; in successione una postazione digitale stabile, accessibile e sufficientemente potente. Il software potrà essere comune, mentre la velocità con cui ciascuno scala i livelli della conoscenza sarà individualizzata. La progressione assomiglierà, nella chiarezza del feedback, a un videogioco competitivo o alla preparazione per un’Olimpiade scientifica: livelli, prerequisiti, tentativi, errori leggibili, sfide creative che uniscono più materie. Non dovrà assomigliare, invece, a una giornata intera trascorsa passivamente davanti a uno schermo.

Le verifiche episodiche potranno cedere in parte il posto a una barra di progressione continua: domande interattive, dialoghi, problemi, simulazioni, podcast interrogabili, produzioni scritte e prove capaci di misurare non soltanto la risposta finale, ma il percorso. La progressione per livelli avrà maggiori probabilità di funzionare se comprenderà diagnosi, soglie di padronanza, feedback, recupero e flessibilità docente. Le evidenze disponibili sui tutor intelligenti nelle scuole primarie e secondarie sono generalmente promettenti, ma non autorizzano il determinismo: una revisione sistematica di 28 studi e 4.597 studenti rileva esiti perlopiù positivi e, nello stesso tempo, grande eterogeneità e la necessità di studi più lunghi, più ampi e più diversificati. L’OECD distingue inoltre il tutor pedagogicamente progettato dall’outsourcing cognitivo: migliorare una prestazione mentre l’assistente è presente non significa necessariamente aver prodotto apprendimento trasferibile quando l’assistente viene rimosso.

La figura del docente non scomparirà: sarà affiancata e potenziata, mentre soltanto alcune delle sue funzioni più formalizzabili verranno in parte trasferite al software  trasmissione ripetitiva dell’informazione, correzione elementare, adattamento del primo esercizio, distillazione iniziale dei materiali. Le persone valide diventeranno ancora più importanti come educatori, mentori, osservatori, garanti etici e interpreti dei bisogni, delle difficoltà e della traiettoria dello studente. Il software potrà conoscere migliaia di risposte; non per questo possiederà, da solo, la responsabilità educativa.

Serviranno imprese tecnologiche composte da imprenditori visionari, investitori pazienti, tecnici, advisor, docenti esperti, ricercatori in scienze cognitive e neuroscienze, chief scientific officer capaci di impedire che la parola “personalizzazione” diventi soltanto marketing. Potrebbero nascere colossi dell’educational technology anche in Italia. L’infrastruttura privata assumerà un peso comparabile, per centralità economica, a quello assunto dal sistema bancario nel Novecento; lo Stato, tuttavia, dovrà rimanere garante di accesso, standard, diritti, interoperabilità e tutela dei minori.

Alphabet possiede già una posizione particolarmente forte: Classroom, Drive, gli strumenti Gemini e Gemini Notebook il nuovo nome assunto da NotebookLM nel luglio 2026, mentre il prodotto rimane autonomo e diventa più interoperabile con l’ecosistema Google  possono connettere fonti, lezioni, test, audio e feedback. La distribuzione dell’infrastruttura non prova, da sola, l’efficacia educativa. Per questa ragione considero Google uno dei candidati a diventare ciò che Apple è stata per altri ecosistemi tecnologici: un integratore globale dell’esperienza educativa. È una previsione, non un esito inevitabile. La qualità pedagogica, la regolazione, la fiducia delle famiglie e la capacità di non rinchiudere l’apprendimento in un’unica piattaforma decideranno il mercato.

Anche il valore economico deve essere nominato correttamente. La spesa mondiale per l’educazione sostenuta da governi, famiglie e donatori ha raggiunto circa 5.800 miliardi di dollari nel 2022; ciò non significa che il solo mercato EdTech valga oggi, o varrà necessariamente, mille miliardi. Significa che la trasformazione di una delle più grandi infrastrutture sociali del pianeta costituisce una delle più grandi opportunità industriali dei prossimi dieci anni. Il dispositivo, da solo, non è la trasformazione: un esperimento randomizzato sul programma One Laptop per Child in Perù aumentò radicalmente la disponibilità e l’uso dei computer senza produrre, dopo quindici mesi, miglioramenti rilevabili nei test di lingua e matematica. Pedagogia, connessione, manutenzione, accessibilità e preparazione dei docenti sono parte del prodotto. In Europa, inoltre, alcuni sistemi educativi di intelligenza artificiale sono classificati ad alto rischio, sebbene i relativi obblighi dell’Allegato III si applichino dal 2 dicembre 2027; il divieto del riconoscimento delle emozioni nelle istituzioni educative è invece già applicabile, salvo le eccezioni previste. La personalizzazione che immagino dovrà essere misurabile, contestabile e compatibile con la dignità dello studente.


SETTE MILIARDI DI IMPRESE

Nel 2011 Naval Ravikant espresse l’auspicio che, per quasi sette miliardi di persone sul pianeta, potessero un giorno esistere quasi sette miliardi di imprese. Non era una previsione sull’intelligenza artificiale e non equivaleva a dire che ogni persona avrebbe posseduto un’impresa o che ogni società sarebbe stata priva di dipendenti. Aveva, però, colto una direzione: la progressiva riduzione del capitale organizzativo necessario affinché un individuo possa trasformare una competenza in un’impresa.

L’intelligenza artificiale, i modelli linguistici, gli harness e i sistemi multi-agente comprimono ulteriormente quel capitale. È esattamente così che li utilizzo nella maggior parte dei casi: non per possedere l’intuizione al posto mio, ma come li utilizzerebbe un amministratore delegato capace di distribuire un’intuizione, coordinare competenze specialistiche, verificare esecuzioni e costruire un assetto valoriale. Io rimango il direttore d’orchestra e l’architetto del sistema; gli agenti aumentano la superficie sulla quale una decisione può diventare lavoro.

Nasceranno molte più imprese individuali e molte più organizzazioni operativamente unipersonali. In Italia esistono già la S.r.l. con unico socio e la S.p.A. con unico azionista; ma “unipersonale” descrive la proprietà, non implica l’assenza di dipendenti, collaboratori o fornitori.

La discontinuità che prevedo è differente: un’unica persona potrà dirigere una capacità produttiva che, fino a pochi anni prima, avrebbe richiesto una piccola organizzazione. Il confine rilevante non sarà tra umano e macchina, ma tra chi sa progettare un sistema di delega e chi utilizza il modello come una semplice casella di testo.

Qui devo correggere una formulazione troppo netta: non possediamo evidenze per affermare che due terzi dei posti di lavoro dipendente di livello basso e medio verranno eliminati. La ricerca di Goldman Sachs da cui spesso deriva quel numero sostiene che circa due terzi delle occupazioni statunitensi presentano un certo grado di esposizione alla GenAI; nelle occupazioni esposte, soltanto una parte del carico di lavoro risulta automatizzabile e la complementarità è spesso più probabile della sostituzione integrale.  L’ILO stima che circa un lavoratore su quattro nel mondo si trovi in un’occupazione con qualche esposizione e giudica la trasformazione del lavoro più probabile della sua completa soppressione.  Anche le professioni altamente qualificate sono esposte.

La mia tesi rimane più radicale, ma deve essere dichiarata per ciò che è: uno scenario. Entro il 2035 considero plausibile che fino a due terzi della massa attuale di compiti presenti nei lavori subordinati a bassa e media qualificazione con la maggiore incidenza nelle attività standardizzabili vengano automatizzati, ricomposti o trasferiti a sistemi ibridi. Non due terzi delle persone necessariamente disoccupate; due terzi delle attività così come sono oggi organizzate. Il posto di lavoro è un fascio di compiti, responsabilità, relazioni e vincoli: alcuni elementi scompariranno, altri verranno potenziati, altri ancora nasceranno.

Un ampio studio sul campo nel customer support mostra che l’assistenza generativa può aumentare maggiormente la produttività dei lavoratori meno esperti, come se una parte della conoscenza tacita dei migliori diventasse distribuibile; ma da questo non discende automaticamente né l’uguaglianza dei risultati né la fine delle organizzazioni.

Discende una conseguenza più precisa: diminuisce il costo della competenza operativa di base e aumenta il valore dell’architettura, del giudizio, della responsabilità e della capacità di scegliere il problema giusto.


ITALIA: DOPO IL LAVORO DIPENDENTE

Per l’Italia, la trasformazione del lavoro non sarà un aggiornamento marginale. Potrà costringerci a traslare i nostri assiomi come accadde, con un meccanismo differente, durante la pandemia di Covid-19: non perché i due fenomeni siano equivalenti, ma perché ciò che sembrava istituzionalmente impossibile potrà diventare, in un intervallo breve, amministrativamente necessario.

Il punto di partenza è già severo. Nelle previsioni demografiche pubblicate da ISTAT con base al 1° gennaio 2025, la popolazione residente italiana passa da circa 58,9 milioni nel 2025 a 55,0 milioni nel 2050 e 45,8 milioni nel 2080; entro il 2050 la quota degli ultrasessantacinquenni sale, nello scenario mediano, dal 24,7 al 34,5 per cento, mentre quella tra 15 e 64 anni scende dal 63,4 al 55,3 per cento.  L’OCSE stima la spesa pensionistica pubblica italiana intorno al 15,5 per cento del PIL nel 2023–2024, tra le più elevate dell’area; sotto il quadro normativo assunto nell’Ageing Report 2024, la Commissione europea ne proietta un picco intorno al 17,3 per cento nel 2036, seguito da una discesa verso il 15,5 per cento nel 2050 e il 13,7 per cento dal 2060.

 La criticità è quindi una transizione severa, non una crescita indefinita e inevitabile della spesa.

Un sistema previdenziale a ripartizione non vive di metafisica contabile: vive del rapporto tra contributori e beneficiari, dei salari imponibili, della partecipazione al lavoro, della produttività, dell’età effettiva di pensionamento, dei flussi migratori, dei trasferimenti dalla fiscalità generale e delle regole. Se l’automazione ridurrà una parte del monte ore umano senza ridurre il prodotto, il problema non sarà soltanto quanta ricchezza avremo creato; sarà attraverso quale canale quella ricchezza entrerà nel patto previdenziale. Dovremo rivalutare da zero gli assiomi con cui tassiamo il lavoro, accumuliamo capitale e distribuiamo sicurezza economica lungo la vita.


IL FONDO CIVICO DI PREVIDENZA

La mia proposta è un Fondo Civico di Previdenza individuale, istituito alla nascita, in una possibile architettura italiana o europea. Posso utilizzare un esempio semplice: un conferimento iniziale di 10.000 euro e, esattamente per questo calcolo, 1.000 euro l’anno per sessant’anni. La parola corretta è conferimento, non mora; previdenza, nel lessico istituzionale, non provvidenza. Il conto deve rimanere separato dalla retorica: ipotizzando versamenti a fine anno, contributi indicizzati all’inflazione e rendimenti reali netti costanti, il capitale finale sarebbe di circa 146.900 euro al 2 per cento, 222.000 euro al 3 per cento e 343.200 euro al 4 per cento, espresso nel potere d’acquisto iniziale. Non sono promesse: presuppongono che i rendimenti indicati siano già al netto di inflazione, costi e imposte, e non modellano volatilità, interruzioni contributive, insolvenze o rischio politico.

Anche il fabbisogno di finanziamento deve essere esplicito. In una simulazione riferita alla sola Italia, se lo Stato finanziasse integralmente il capitale iniziale e ogni versamento, circa 355.000 nascite l’anno richiederebbero 3,55 miliardi per ogni nuova coorte. A regime, sessanta coorti ipoteticamente della stessa numerosità con un versamento annuo di 1.000 euro richiederebbero circa 21,3 miliardi l’anno; insieme al capitale per i nuovi nati, il fabbisogno lordo di cassa sarebbe vicino a 24,85 miliardi prima di indicizzazione e amministrazione. Non è il costo economico netto, il valore attuale o l’impatto sul deficit: è una stima statica di scala, non un modello attuariale. Rimangono da definire finanziamento, proprietà, successione, età di accesso, fiscalità, custodia, garanzie, mortalità, migrazione e convivenza con gli obblighi correnti del sistema a ripartizione. Un disegno europeo richiederebbe una base giuridica, criteri di eleggibilità e un calcolo completamente differenti.

Esistono precedenti parziali, non copie di questa architettura. I Child Trust Funds britannici mostrano un conto individuale aperto nell’infanzia, ma a diciott’anni il beneficiario può disporne senza un vincolo generale di destinazione. I Baby Bonds del Connecticut mostrano una dotazione pubblica precoce, rivolta a beneficiari eleggibili e utilizzabile per finalità patrimoniali definite.  Il fondo permanente dell’Alaska mostra, invece, la trasformazione di rendite da risorse naturali in un patrimonio sovrano collettivo: non è un conto pensionistico individuale alla nascita. Questi esempi dimostrano la fattibilità di singoli componenti, non la validità automatica del sistema che propongo.

Il fondo non dovrebbe diventare una scommessa concentrata in due settori, perché il diritto futuro di una persona non può dipendere da una singola narrazione di mercato. Dovrebbe possedere una base globale, diversificata, trasparente e a costi minimi; una sua quota strategica potrebbe essere allocata nelle infrastrutture che ritengo più difficilmente eliminabili dalla vita umana: energia, capacità computazionale, salute e tecnologie mediche. Settori di cui l’uomo non può fare a meno possono possedere una domanda strutturale; ciò non significa che ogni impresa del settore sia un buon investimento o che il rendimento sia prevedibile.

Questo capitale potrebbe abbassare la quota di vulnerabilità interamente scaricata sullo Stato e permettere anche a chi parte da condizioni meno favorevoli, o a chi non ha costruito un’adeguata intelligenza finanziaria, di partecipare alla crescita del mondo. Già oggi esistono lezioni, corsi e materiali gratuiti di elevata qualità penso, in Italia, al lavoro divulgativo di Paolo Coletti e al suo corso completo di educazione finanziaria e considero sempre meno accettabile arrivare all’età adulta senza le competenze minime per comprendere inflazione, diversificazione, rischio e interesse composto.  Ma l’educazione individuale non elimina la responsabilità istituzionale: un sistema serio deve essere comprensibile anche senza trasformare ogni cittadino in un gestore professionale.


L’ENERGIA, IL JOULE, LA POTENZA COMPUTAZIONALE

La grande domanda che visualizzo sarà superiore all’offerta in alcuni nodi critici e, in parte, sarà anticipata speculativamente dal capitale. Ritorneremo, attraverso la tecnologia, ai bisogni primordiali: energia, salute, alimentazione, riparo, sostentamento. 

L’offerta sarà composta da aziende private, multinazionali, governi e joint venture pubblico-private. I fondi sovrani, nazionali e privati cercheranno asset capaci di sostenere una domanda di lungo periodo; l’energia sarà uno dei principali.

La direzione fisica è già osservabile. L’International Energy Agency stima che il consumo elettrico globale dei data center possa quasi raddoppiare, da circa 485 terawattora nel 2025 a circa 950 nel 2030, intorno al 3 per cento della domanda elettrica mondiale, con i centri focalizzati sull’intelligenza artificiale in crescita ancora più rapida; l’intervallo rimane incerto perché dipende da efficienza, adozione e intensità d’uso.  Questo dato non garantisce il rendimento di un titolo energetico. Corrobora, però, il vincolo: l’intelligenza computazionale non è immateriale. Ogni calcolo consuma energia; nel loro insieme, data center, reti, robot e umanoidi richiedono anche materiali, raffreddamento e infrastruttura.

Una quota crescente del capitale previdenziale e sovrano potrà quindi cercare esposizione alla produzione e alla distribuzione energetica: nucleare, rinnovabili dove fisicamente ed economicamente adatte, reti, accumulo, efficienza. Anche la fissione commerciale rimane intensiva di capitale ed esposta a rischio costruttivo, regolatorio, di ritardo e di superamento dei costi; la domanda di energia non la trasforma in un rendimento privo di rischio. I tokamak e la fusione appartengono alla frontiera, ma non devono essere utilizzati come presupposto di disponibilità commerciale nel prossimo decennio: la proposta di baseline resa pubblica da ITER colloca l’avvio delle operazioni di ricerca nel 2034 e le operazioni deuterio-trizio nel 2039; ITER, inoltre, non produrrà elettricità per la rete.

Chiamo indice-joule deliberatamente in minuscolo e come costrutto mio, non come indice finanziario già riconosciuto un indicatore composito della capacità di un sistema di trasformare energia disponibile in lavoro utile. Il joule misura l’energia; il watt, pari a un joule al secondo, misura la potenza; la forza si misura in newton. Quantità, costo dell’energia al punto di utilizzo, continuità, intensità materiale e carbonica, convertibilità in calcolo e convertibilità in produzione fisica hanno unità differenti: dovrebbero quindi essere normalizzate rispetto a un obiettivo dichiarato, non sommate come se fossero una grandezza fisica unica. Per diventare replicabile, l’indice dovrebbe dichiarare universo, formula, pesi, fonti dei dati, frequenza di ribilanciamento e governance. La guerra degli indici sarà, in questa prospettiva, una guerra per controllare non soltanto riserve nominali, ma accesso affidabile al joule, alla rete, al chip, al data center e alla capacità di trasformare tutto ciò in potenza produttiva.

Il denaro, nell’era del cerchio, si muoverà con una velocità che non sarà determinabile in anticipo con esattezza, ma che resterà misurabile ex post e stimabile attraverso la statistica e il calcolo delle probabilità. Non confondo la velocità macroeconomica della moneta il rapporto tra PIL nominale e uno specifico aggregato monetario  con la capacità di elaborazione delle transazioni, la latenza del regolamento finale o la rotazione degli asset.  Il circuito che immagino è questo: il capitale finanzia energia e capacità computazionale; energia e calcolo alimentano software specializzato, automi e umanoidi; questi sistemi producono beni e servizi; una parte del guadagno di produttività si riflette nella riduzione del costo reale dei beni e dei servizi attraverso cui alcuni diritti fondamentali vengono garantiti, mentre una parte del reddito che ne deriva ritorna ai fondi di previdenza; i fondi reinvestono nell’infrastruttura produttiva.

La ricchezza accessibile con un reddito mediano potrà quindi crescere molto più rapidamente del reddito nominale. Già oggi una persona con poche migliaia di euro al mese dispone di specifiche capacità moderne nella medicina, nel trasporto, nella comunicazione e nell’accesso all’informazione che un sovrano del Cinquecento non poteva acquistare a nessun prezzo. Questo non autorizza a sostenere contabilmente che 3.000 euro mensili futuri equivarranno con certezza a 200.000 euro annui odierni. È un esperimento mentale sulla qualità dei beni: alcuni costi possono crollare; altri terra, cura umana, status, scarsità posizionali possono rimanere elevati o crescere.


L’AUTOSTRADA DELLE RISORSE

Il mercato più importante potrebbe non appartenere soltanto a chi produce energia, ma a chi progetta, regolamenta e rende eseguibili i contratti con effetti economici e giuridici attraverso cui istituzioni, privati e multinazionali scambiano energia, capacità computazionale e diritti futuri. Questo bisogno non è assente oggi: esiste già in mercati, borse, reti e contratti frammentati. La mia tesi è che diventerà molto più centrale quando milioni di produttori, dispositivi, fondi e consumatori dovranno coordinarsi quasi in tempo reale.

Chi possiederà l’infrastruttura distributiva o, più precisamente, chi riuscirà a renderla uno standard aperto che nessuno possiede interamente controllerà l’autostrada sulla quale viaggiano le risorse. Immagino una piattaforma open source, verificata da migliaia di sviluppatori indipendenti, resiliente, interoperabile a livello nazionale, europeo e internazionale; capace di coordinare scambi peer-to-peer, business-to-consumer e business-to-business e di rendere concludibili e verificabili online accordi quasi immediati con alcune proprietà degli smart contract.

Potrebbe essere distribuita attraverso un protocollo simile a BitTorrent e contenuta in alcune centinaia di migliaia di righe di codice; il numero di righe, naturalmente, non dimostrerebbe né sicurezza né resilienza. La precisione tecnica è essenziale. In BitTorrent gli hash di ciascun pezzo sono inclusi nel metainfo e permettono di verificarne l’integrità; l’info-hash identifica il metainfo, rendendo rilevabili le modifiche. Le firme crittografiche attestano l’integrità del messaggio e il controllo della chiave firmataria; la provenienza dipende anche dal legame verificato tra chiave e identità; il consenso produce un ordinamento o uno stato condiviso; replica e incentivi sostengono la disponibilità; il diritto conferisce finalità contrattuale. BitTorrent, da solo, non offre identità dell’editore, ordinamento globale delle transazioni, prevenzione del double spending, esecuzione, disponibilità permanente o finalità giuridica.

Un sistema di smart contract destinato a transazioni nel mondo reale può inoltre richiedere oracoli, custodia delle chiavi, cybersecurity, regolamento finale e interoperabilità.

Open source e decentralizzazione non eliminano la regolazione. Nell’Unione europea lo scambio peer-to-peer di energia rinnovabile è già riconosciuto dal diritto, ma si innesta su rete fisica, misurazione, bilanciamento e operatori identificabili.  Uno smart contract non coincide automaticamente con un contratto giuridicamente sufficiente, né con una firma valida in ogni contesto; mercati energetici e strumenti tokenizzati possono richiedere autorizzazioni, custodia, antiriciclaggio, protezione del consumatore e tracciabilità. 

Il protocollo non sostituisce l’istituzione: può ridurne il costo di coordinamento soltanto se riesce a incorporarne i vincoli.

È qui che vedo il mercato reale. La mia generazione diciottenni, diciannovenni, ventenni difficilmente potrà competere subito con gli Stati e con i grandi capitali nella costruzione di reattori, reti nazionali o impianti di fusione. Può, però, costruire il livello di coordinamento. Se una piattaforma riuscisse a ridurre radicalmente il costo di contrattazione, verifica e distribuzione di risorse essenziali, potrebbe rivolgersi entro il 2035 a un’attività economica europea e internazionale dell’ordine delle decine di miliardi. Indico qui un’ambizione di mercato totale indirizzabile, non ricavi, volume delle transazioni o valore dell’impresa: la stima richiederebbe un modello TAM–SAM–SOM, una quota acquisibile, una struttura dei prezzi e un’analisi dei concorrenti. È uno scenario imprenditoriale, non una valutazione già dimostrata.


TALENTO, PERFEZIONE, ECCELLENZA

Il profilo eccezionale, il talento non invisibile ma radicato sul territorio, quello che non si può trascurare, nasce da una predisposizione e dalla possibilità di trasformarla in un risultato. Nella mia esperienza l’ho incontrato spesso accanto a una situazione scomoda o a una condizione psicologica complessa. È un’osservazione personale, non una legge: la sofferenza non produce il talento; può costringere alcune persone a sviluppare capacità insolite, ma può anche impedire a capacità già presenti di emergere.

Il potenziale non è ancora eccellenza. Senza determinazione, applicazione e concretizzazione pratica nell’impresa, nel percorso accademico o in qualsiasi realtà nella quale si apporti valore osservabile rimane una possibilità. La ricerca contemporanea sulla giftedness descrive infatti il talento come un processo di sviluppo: capacità, opportunità, ambiente, motivazione e competenze psicosociali concorrono alla trasformazione del potenziale in prestazione eminente.

 La perseveranza e perfino l’ossessione possono essere acceleranti; il dolore e l’assenza di un piano B non sono ricette universali da prescrivere a un giovane.

Questa è anche la differenza tra perfezione ed eccellenza. La perfezione, quando viene idealizzata, immobilizza. Molti ragazzi ambiscono a una forma senza errore e, quando la realtà non coincide con quella forma, subentrano l’ipercriticismo spasmodico e l’iperperfezionismo. È una costruzione ideale che posso accostare, come analogia e non come equivalenza storica, alla teoria platonica delle Forme.

L’eccellenza, invece, può essere resa in parte quantitativa. Dopo i contributi precedenti di Abraham de Moivre e Pierre-Simon Laplace, Gauss impiegò la curva normale come legge degli errori osservativi; Adolphe Quetelet traslò quell’apparato probabilistico allo studio di alcune misure delle popolazioni umane; Francis Galton lo applicò allo studio delle differenze individuali, dell’ereditarietà e dell’eminenza

Su una metrica definita posso osservare una media, una varianza, un percentile, una distanza standardizzata. Posso dire che una prestazione si colloca nella coda di una distribuzione.

Non posso, tuttavia, ridurre una persona a un singolo z-score e non posso presumere che ogni forma di impatto sia gaussiana. Le distribuzioni delle citazioni scientifiche sono fortemente asimmetriche e mostrano code più pesanti di quelle della distribuzione normale; altri fenomeni empirici possono assumere configurazioni analoghe, ma non è lecito presumere una legge di potenza senza verificarla.

L’eccellenza è misurabile soltanto dopo aver nominato la dimensione, la popolazione di riferimento, l’orizzonte e il costo del risultato. Questa precisazione non indebolisce la mia tesi; la rende utilizzabile.

Consiglio ai giovani esperienze inusuali e l’allenamento di capacità non convenzionali perché molte persone vivono passivamente gli stimoli: non li osservano, non li scrutano, non li elaborano fino alla profondità necessaria per attribuire loro forma. Io ho impiegato una vita per comprendere ciò che non ero e un secondo per comprendere ciò che potevo essere. L’eccezionalità rimarrà rara; nessuna tecnologia abolirà le code della distribuzione.

La tecnologia può, però, ridurre il misalignment: il disallineamento tra una capacità presente e la possibilità di concretizzarla. Può offrire strumenti di analisi a un giovane ricercatore, competenze tecniche a un costruttore, un apparato editoriale a un autore e un’organizzazione di agenti a un individuo. Quando dico che potremmo eliminare due terzi dei casi di prodigi incompresi, non sto citando un risultato sperimentale: esplicito la mia previsione e, nello stesso tempo, fisso una soglia progettuale. Voglio che due persone su tre, tra quelle che oggi possiedono una capacità rara ma non un sistema per traslarla, possano almeno arrivare alla prova della realtà.

Non emergeranno tutte. Non avranno tutte ragione. Non costruiranno tutte imprese eccezionali. Ma molti più profili collocati nelle code della distribuzione potranno applicare, testare, correggere e potenziare le proprie idee con una rapidità prima inaccessibile. La tecnologia non democratizza il talento; democratizza una parte dell’infrastruttura necessaria affinché il talento smetta di essere soltanto privato.


L’ERA DEL CERCHIO

Questo processo, nella mia previsione, richiederà circa dieci anni e crescerà con una dinamica simile all’interesse composto. La maggior parte dell’accelerazione percettibile potrebbe concentrarsi negli ultimi due anni, intorno al 2035, quando ciò che oggi racconto non sarà necessariamente “vero” in ogni dettaglio, ma sarà abbastanza presente da attraversare la vita professionale e personale di chiunque.

L’era del cerchio è la convergenza di questi movimenti. L’educazione identifica e sviluppa capacità; gli strumenti intelligenti permettono a quelle capacità di coordinarsi come imprese; le imprese trasformano energia e calcolo in produzione; una parte della ricchezza ritorna a infrastrutture comuni e fondi individuali di lungo periodo; quei fondi sostengono nuova energia, progressi nella salute e nuova conoscenza. Il cerchio non è chiuso perché nulla cambia. È chiuso perché ogni passaggio alimenta il successivo e ritorna, trasformato, al punto di origine.

Questo è il mio posizionamento a lungo termine. Non desidero attendere che l’inevitabilità sia visibile per descriverla con le parole del mainstream. Desidero scrivere quando la struttura è ancora contestabile, mantenere le analisi confutabili e migliorare in modo continuo il sistema. Se avrò torto, gli errori dovranno restare leggibili. Se avrò ragione, il valore non nascerà dalla lode retrospettiva, ma dalla distanza temporale tra l’intuizione e il successivo riscontro empirico.

Il problema del cerchio, allora, non consiste nel costruire un sistema perfetto. Consiste nel costruire un sistema capace di apprendere dai propri scarti, di traslare l’eccellenza da uno stato all’altro e di distribuire possibilità senza fingere che il talento, il rischio o la responsabilità possano essere aboliti. È questa la forma imprenditoriale che cerco. È questa, probabilmente, la forma che la nostra epoca rende possibile.


LORENTIAN 1 (English Version)


THE AGE OF THE CIRCLE

Value Translation, Education, One-Person Enterprise and Pension Architecture in the Intelligence Economy

I do not presume that what I write will be recognized at the moment I write it. What I have, if anything, is a temporal model of recognition. I imagine it moving like compound interest: for a long time the accumulation is almost invisible; then, if the premises were sound and reality begins to bear them out, the curve changes its slope. There are not five levels but six, because retrospective recognition is a different phenomenon from mainstream diffusion.

The first level belongs to a narrow circle of mature researchers, academics, critical thinkers and people with exceptional cognitive capacity. They will not necessarily agree with me. They will, however, be the first to recognize the structure I am trying to build, to separate intuition from rhetoric and, perhaps, to use some of these analyses to identify future opportunities.

The second belongs to those searching for opportunity: entrepreneurs, capable investors, curious people who read not merely to know, but to translate knowledge into a startup, a position in a market or a decision about capital allocation. At this stage, the idea ceases to be only an intellectual object and becomes an economic possibility.

The third belongs to content creators, independent journals, small-scale communicators and interpreters of weak signals. It arrives when part of the analysis has begun to find confirmation in practice and what once appeared excessively abstract can be narrated as a trend. This is the moment in which the avant-garde is translated into a story.

The fourth belongs to independent workers, professionals and those who adopt a technology approaching the mainstream out of competitive, economic and professional necessity. They no longer need to share the theoretical architecture. They need only recognize that failing to use those tools now carries a disadvantage.

The fifth belongs to the general Italian public and, later, to European and international audiences; to national newspapers; to ordinary conversation. By then, de facto inevitability has become embedded in society and visible to anyone. The original complexity is compressed into a handful of sentences, often refracted through psychological biases, simplifications and belated acknowledgements.

The sixth belongs to retrospective memory: the public recognizes the avant-garde nature of my present work and praises the ability to have understood a transition years in advance. Yet this stage, precisely because it is the most seductive, must also be the most exacting. A prediction published after the event is a reconstruction; a prediction published before it is a falsifiable position. Dates, criteria and errors must remain visible. Future recognition cannot be the axiom from which I begin. It can only be a contingent consequence of the quality and endurance of the analysis.

This is the logic of my longest-term investment in public scholarship, media and my personal brand. The capital is not merely the attention I can gather today. It is the difference, documented over time, between what could be observed when I wrote and what became evident thereafter.


THE PROBLEM OF THE CIRCLE

I devote part of my life to solving what I call the Problem of the Circle. Here, I mean it in its entrepreneurial form: a method for leveraging my abilities through a structure that is hierarchical yet meritocratic, grounded in recognizable values, able to position itself in the market before the technological tailwind arrives and, when it does, to turn data-supported visions into investments and concrete systems.

Had I lived in the sixteenth century, I would probably have tried to become an engineer, painter, architect and natural philosopher. Before the seventeenth-century formalization of modern science, those functions had not yet been separated by our contemporary disciplinary boundaries. Had I lived in a Greek polis between the fourth and third centuries BCE, I would probably have pursued politics and philosophy not politics idealized as though every polis had been governed by its finest people, but politics in its highest aspiration: the administration of the city and the formation of civic character.

What can I do today to gain an equivalent advantage? I can recognize what I call value translation. Excellence, partly intrinsic and partly determined by context, changes state. The social role capable of concentrating knowledge, responsibility, construction and impact does not remain identical over time: it migrates. Its form changes; its substance, at least in my hypothesis, persists.

Our era assigns little value to holistic philosophy, and particularly to spirituality and metaphysics, because it can measure more easily what produces an immediate technical result. I do not, however, regard these domains as disconnected from science and enterprise. I regard them as different states of the same inquiry into substance an inquiry that can pass through humanism and spirituality, science and technological innovation. In the not-too-distant future, we may once again place great value on the ability to connect these states without confusing them.

In this era, if I am to leverage my abilities and gain a competitive advantage in the market, I must therefore become an entrepreneur: a builder, as they say in San Francisco. If I aspire to an impact comparable to that once available to the philosopher-statesman or the Renaissance polymath, I must build organizations, products, protocols and institutions. The circle begins here: knowledge becomes architecture; architecture becomes productive capacity; productive capacity creates a new possibility of knowledge.


EDUCATION AS THE FIRST ARCHITECTURE

Education will be among the first paradigms to be reconstructed. Primary and secondary schooling as we know it will not suddenly become useless. It will become progressively inadequate whenever it continues to offer the same path, at the same speed and through the same mode of assessment, to different human beings. This is my forecast for the next decade, not an existing reality.

Education’s central role must be restored through three macro-areas.

The first will consist of formal and quantitative disciplines: mathematics, physics and, later, the subjects that demand modelling, measurement and verification. Not because technical rigour makes one discipline superior, but because these fields teach us to distinguish what we wish were true from what a system of constraints allows us to sustain.

The second will consist of bridge disciplines: those that unite rigour and creativity and compel several languages to collaborate. Architecture can meet biology, biophysics and biomimetics; chemistry can meet geometry and visual design; music can meet mathematics, geometry and acoustics. These will not be ornamental juxtapositions, but common problems examined through different instruments.

The third macrostructure will be the humanistic study of language and interpretive systems. It will begin, in childhood, with language, writing, first essays and the ability to name an experience precisely. Over time, it will reach higher levels of abstraction, creativity and judgement: literature, history, philology, epistemology and geopolitics. Progression should recognize each child, adolescent or student not for conforming to an average, but for demonstrating a discernible trajectory of understanding and construction.

Digital personalization can be built upon this architecture. I imagine a device on every desk: in the early years, a touchscreen used with restraint; later, a stable, accessible workstation with sufficient computing power. The software may be common while the speed at which each person progresses through levels of knowledge becomes individualized. In the clarity of its feedback, progression will resemble a competitive game or preparation for a scientific Olympiad: levels, prerequisites, attempts, legible errors and creative challenges that join several disciplines. It must not resemble an entire day spent passively in front of a screen.

Episodic examinations can give way in part to a continuous progression bar: interactive questions, dialogues, problems, simulations, podcasts students can query, written work and assessments able to measure not only the final answer but the route taken. Level-based progression will be more likely to work if it includes diagnosis, mastery thresholds, feedback, remediation and teacher discretion.

The available evidence on intelligent tutoring systems in primary and secondary education is generally promising, but it does not warrant deterministic conclusions. A recent systematic review of 28 studies and 4,597 students finds mostly positive outcomes alongside substantial heterogeneity and the need for longer, larger and more diverse studies. The OECD also distinguishes a pedagogically designed tutor from cognitive outsourcing: improving performance while assistance is present does not necessarily produce learning that transfers once the assistance is removed.

The teacher will not disappear. The role will be supported and strengthened, while only some of its most formalizable functions will be partly transferred to software: repetitive transmission of information, elementary correction, adaptation of an initial exercise and first-pass distillation of materials.

Excellent teachers will become more important as educators, mentors, observers, ethical guarantors and interpreters of a student’s needs, difficulties and trajectory. Software may know thousands of answers; it does not thereby possess educational responsibility on its own.

This will require technology companies composed of visionary entrepreneurs, patient investors, engineers, advisers, experienced teachers, researchers in cognitive science and neuroscience, and chief scientific officers able to prevent “personalization” from becoming a marketing slogan. Educational-technology champions could emerge in Italy as well. Private infrastructure will acquire a degree of economic centrality comparable to that acquired by the banking system in the twentieth century; the state, however, must remain the guarantor of access, standards, rights, interoperability and the protection of minors.

Alphabet already holds an unusually strong position. Classroom, Drive, Gemini tools and Gemini Notebook the name adopted by NotebookLM in July 2026, while remaining a standalone product and becoming more interoperable with Google’s ecosystem can connect sources, lessons, tests, audio and feedback.

 Distribution is not, by itself, evidence of educational effectiveness. For this reason, I consider Google a candidate to become for education what Apple became for other technological ecosystems: a global integrator of experience. This is a forecast, not an inevitable outcome. Pedagogical quality, regulation, family trust and the ability not to imprison learning inside a single platform will decide the market.

The sector’s economic scale must also be named correctly. Global education expenditure by governments, households and donors reached approximately $5.8 trillion in 2022; this does not mean that EdTech alone is worth, or must necessarily become worth, $1 trillion. It means that transforming one of the largest social infrastructures on the planet is among the greatest industrial opportunities of the coming decade. A device alone is not the transformation: a randomized evaluation of Peru’s One Laptop per Child programme radically increased access to and use of computers but found no detectable gains in mathematics or language tests after fifteen months.

Pedagogy, connectivity, maintenance, accessibility and teacher preparation are part of the product. In Europe, moreover, some educational AI systems are classified as high-risk, although the corresponding Annex III obligations apply from 2 December 2027; the prohibition on emotion recognition in educational institutions is already applicable, subject to the stated exceptions.[9] The personalization I envisage must be measurable, contestable and compatible with the student’s dignity.


SEVEN BILLION COMPANIES

In 2011, Naval Ravikant expressed the hope that a planet of almost seven billion people might one day contain almost seven billion companies. It was not a prediction about artificial intelligence, nor did it mean that every person would own a company or that every company would have no employees. It did, however, identify a direction: the progressive reduction in the organizational capital required for an individual to turn a competence into an enterprise.


Artificial intelligence, language models, harnesses and multi-agent systems compress that capital further. This is precisely how I use them in most cases: not to generate insight on my behalf, but as a chief executive deploys an organization to distribute an idea, coordinate specialist expertise, verify execution and construct a coherent value architecture. I remain the conductor and the systems architect; the agents enlarge the domain across which a decision can become work.


Many more individual enterprises and operationally one-person organizations will emerge. Italy already permits the single-member S.r.l. and the S.p.A. with a sole shareholder; yet “single-member” describes ownership and does not imply the absence of employees, collaborators or suppliers. 

The discontinuity I foresee is different: one person will be able to direct a productive capacity that, only a few years earlier, would have required a small organization. The decisive boundary will not run between human and machine, but between those who can design a system of delegation and those who use the model as a mere text box.


Here I must correct an assertion that was too absolute: we do not have evidence that two-thirds of jobs in low- and middle-skill occupations will be eliminated. The Goldman Sachs research from which that number is often derived argues that roughly two-thirds of US occupations have some degree of exposure to generative AI. Within exposed occupations, only part of the workload may be automated, and complementarity is often more likely than total substitution.

 The ILO estimates that approximately one in four workers worldwide is in an occupation with some exposure and regards transformation as more likely than full replacement.

Highly skilled occupations are exposed as well.


My thesis remains more radical, but it must be declared for what it is: a scenario. By 2035, I consider it plausible that as much as two-thirds of the tasks that currently make up low- and middle-skill employee roles with the greatest incidence among standardizable activities will be automated, redesigned or transferred to hybrid systems. Not necessarily two-thirds of people unemployed: two-thirds of activities as they are organized today. A job is a bundle of tasks, responsibilities, relationships and constraints. Some components will disappear, some will be strengthened and others will be created.


One large field study in customer support shows that generative assistance can produce larger productivity gains for less-experienced workers, as if a portion of the tacit knowledge of the best were becoming distributable. But this implies neither equality of outcomes nor the end of organizations.

It implies something more precise: the cost of attaining baseline operational competence falls, while the value of architecture, judgement, responsibility and the capacity to choose the right problem rises.


ITALY AFTER EMPLOYMENT AS WE KNOW IT

For Italy, the transformation of work will not be a marginal update. It may compel us to reconsider our axioms from first principles, as happened through a different mechanism during the Covid-19 pandemic not because the two phenomena are equivalent, but because what appeared institutionally impossible may, within a short interval, become administratively necessary.

The starting point is already severe. In ISTAT’s demographic projections based on 1 January 2025, Italy’s resident population moves from about 58.9 million in 2025 to 55.0 million in 2050 and 45.8 million in 2080. By 2050, the share aged 65 and over rises in the median scenario from 24.7 to 34.5 per cent, while the share aged 15 to 64 falls from 63.4 to 55.3 per cent.

The OECD estimates Italian public pension expenditure at about 15.5 per cent of GDP in 2023–24, among the highest in its area. Under the policy framework assumed in the 2024 Ageing Report, the European Commission projects a peak near 17.3 per cent in 2036, followed by a decline toward 15.5 per cent in 2050 and 13.7 per cent from 2060.  

The critical problem is therefore a severe transition, not the inevitable, indefinite growth of expenditure.

A pay-as-you-go pension system does not live on accounting metaphysics. It lives on the ratio between contributors and beneficiaries, taxable wages, labour-force participation, productivity, effective retirement age, migration flows, transfers from general taxation and rules. If automation reduces a portion of human working hours without reducing output, the question will not merely be how much wealth we have created. It will be through which channel that wealth enters the pension compact. We will have to reassess from first principles how we tax labour, accumulate capital and distribute economic security across a lifetime.


THE CIVIC PROVIDENT FUND

My proposal is an individual Civic Provident Fund, established at birth within a possible Italian or European architecture. I can use a simple example: an initial endowment of €10,000 and, for the purposes of this calculation, an annual contribution of €1,000 for sixty years. The arithmetic must remain separate from the rhetoric. Assuming end-of-year payments, contributions indexed to inflation and constant net real returns, the final capital would be approximately €146,900 at 2 per cent, €222,000 at 3 per cent and €343,200 at 4 per cent, expressed in the purchasing power of the initial year. These are not promises. They assume the stated returns are already net of inflation, fees and taxes, and they do not model volatility, missed contributions, default or political risk.

The funding requirement must be equally explicit. In an Italy-only illustration, if the state financed the entire opening endowment and every contribution, approximately 355,000 births a year would require €3.55 billion for each new cohort. At maturity, sixty hypothetically equal-sized cohorts whose accounts receive annual contributions of €1,000 would require roughly €21.3 billion a year; together with seed capital for newborns, the gross cash requirement would approach €24.85 billion before indexation and administrative costs. This is neither net economic cost nor present value nor the measure’s deficit impact. It is a static scale estimate, not an actuarial model. Funding, ownership, inheritance, access age, taxation, custody, guarantees, mortality, migration and coexistence with current pay-as-you-go obligations would all require definition. A European design would require a different legal basis, eligibility framework and calculation.

Partial precedents exist, although none is a copy of this architecture. The United Kingdom’s Child Trust Funds demonstrate an individual account opened in childhood, but at eighteen the beneficiary may use the capital without a general restriction on purpose. 

Connecticut’s Baby Bonds demonstrate an early public endowment for eligible beneficiaries, available for defined wealth-building uses.The Alaska Permanent Fund demonstrates something different: the conversion of natural-resource rents into a collective sovereign asset, not an individual retirement account established at birth.

These examples demonstrate the feasibility of separate components, not the automatic validity of the system I propose.

The fund should not become a concentrated wager on two industries, because a person’s future entitlement cannot depend on a single market narrative. It should possess a global, diversified, transparent and low-cost base. A strategic allocation could be directed toward the infrastructures I consider hardest to remove from human life: energy, computing capacity, health and medical technology. Industries serving needs that human beings cannot forgo may possess structural demand; that does not make every company within them a sound investment, nor does it render returns predictable.

This capital could reduce the share of vulnerability transferred entirely to the state and allow those who begin from less favourable conditions or those who failed to build sufficient financial intelligence—to participate in the world’s growth. Excellent free lessons, courses and materials already exist. In Italy, I think of Paolo Coletti’s public-facing financial-education work and his complete free course in personal finance.

I consider it increasingly unacceptable to reach adulthood without a minimal understanding of inflation, diversification, risk and compound interest. Individual education, however, does not abolish institutional responsibility. A serious system must remain intelligible without turning every citizen into a professional asset manager.



ENERGY, THE JOULE AND COMPUTING POWER

The great demand I envisage will exceed supply at certain critical nodes and will, in part, be anticipated speculatively by capital. Through technology, we will return to primordial needs: energy, health, food, shelter and material support. Supply will be composed of private companies, multinationals, governments and public-private joint ventures. Sovereign, national and private funds will seek assets exposed to persistent demand. Energy will be among the most important.

The physical direction is already observable. The International Energy Agency estimates that global electricity consumption by data centres may almost double, from roughly 485 terawatt-hours in 2025 to about 950 in 2030 around 3 per cent of worldwide electricity demand with AI-focused centres growing faster still. The range remains uncertain because it depends on efficiency, adoption and use-case intensity.

This figure does not guarantee a return on any energy asset. It does, however, confirm the material constraint: computational intelligence is not immaterial. Every computation consumes energy; at the system level, data centres, networks, robots and humanoids also require materials, cooling and infrastructure.

A growing share of pension and sovereign capital may therefore seek exposure to energy production and distribution: nuclear power, renewables where they are physically and economically appropriate, grids, storage and efficiency. Commercial fission remains capital-intensive and exposed to construction, regulatory, delay and cost-overrun risk; energy demand does not make investment in it risk-free. Tokamaks and fusion belong to the frontier, but they must not be treated as commercially available supply within the next decade. ITER’s proposed baseline places the start of research operations in 2034 and deuterium–tritium operations in 2039; ITER itself will not supply electricity to the grid.

I call the joule index deliberately lower-case and explicitly my own construct, not an established financial index a composite indicator of a system’s capacity to transform available energy into useful work. A joule measures energy; a watt, equal to one joule per second, measures power; force is measured in newtons.

Quantity, delivered cost, continuity, material and carbon intensity, convertibility into computation and convertibility into physical production have different units. They would therefore have to be normalized against a declared objective, not added as though they formed a single physical quantity. To become replicable, the index would need to declare its universe, formula, weights, data sources, rebalancing frequency and governance. The war of indices will, in this perspective, be a war for control not merely of nominal reserves, but of reliable access to the joule, the grid, the chip, the data centre and the capacity to translate them into productive power.

In the Age of the Circle, money will move at a velocity that cannot be determined exactly in advance but can still be measured ex post and estimated through statistics and probability. I do not confuse macroeconomic monetary velocity the ratio of nominal GDP to a specified monetary aggregate with transaction throughput, settlement latency or asset turnover.

 The circuit I envisage is this: capital finances energy and computing capacity; energy and computation power specialized software, automated systems and humanoids; these systems produce goods and services; some of the resulting productivity gain is reflected in lower real costs for the goods and services through which certain fundamental rights are secured, while part of the resulting income returns to provident funds; the funds reinvest in productive infrastructure.

The wealth accessible on a median income may therefore rise far faster than nominal income. A person living today on a few thousand euros a month already possesses specific modern capabilities in medicine, transport, communication and access to information that a sixteenth-century sovereign could not purchase at any price. This does not authorize the accounting claim that a future monthly income of €3,000 will certainly equal an annual income of €200,000 today. It is a thought experiment about the quality of goods. Some costs may collapse; others land, human care, status and positional scarcity may remain high or rise.


THE HIGHWAY OF RESOURCES

The most consequential market may belong not only to those who produce energy, but to those who design, regulate and render executable the legally and economically consequential contracts through which institutions, individuals and multinational companies exchange energy, computing capacity and future rights. This need is not absent today. It already exists in fragmented markets, exchanges, grids and contracts. My thesis is that it will become far more central when millions of producers, devices, funds and consumers must coordinate in near-real time.

Whoever owns the distribution infrastructure or, more precisely, whoever succeeds in making it an open standard that no one owns completely will control the highway on which resources travel. I imagine an open-source platform, verified by thousands of independent developers, resilient and interoperable at national, European and international levels; capable of coordinating peer-to-peer, business-to-consumer and business-to-business exchange, and of making near-immediate online agreements both executable and verifiable, with some of the properties of smart contracts.

It might be distributed through a BitTorrent-like protocol and contained in a few hundred thousand lines of code, although line count would prove neither security nor resilience. Technical precision is essential. In BitTorrent, the hash of each piece is included in the metainfo and permits integrity checking; the info-hash identifies that metainfo, making modifications detectable.

Cryptographic signatures attest message integrity and control of the signing key; provenance also depends on a verified link between key and identity; consensus supplies shared ordering or state; replication and incentives sustain availability; law supplies contractual finality. BitTorrent alone does not provide publisher identity, global transaction ordering, double-spend prevention, execution, permanent availability or legal finality.

A smart-contract system intended to execute real-world transactions may also require oracles, key custody, cybersecurity, settlement and interoperability.

Open source and decentralization do not abolish regulation. European Union law already recognizes peer-to-peer trading in renewable energy, but that trading remains anchored to a physical grid, metering, balancing and identifiable operators.

 A smart contract is not automatically a legally sufficient contract or a valid signature in every context; energy markets and tokenized instruments may require authorization, custody, anti-money-laundering controls, consumer protection and traceability.

A protocol does not replace the institution. It can lower the institution’s coordination cost only if it succeeds in incorporating its constraints.

This is where I see the real market. My generation eighteen, nineteen, twenty-year-oldscan scarcely compete at once with states and immense pools of capital in constructing reactors, national grids or fusion plants. It can, however, build the coordination layer. If a platform were able to reduce radically the cost of contracting, verification and distribution for essential resources, it could address European and international economic activity measured in the tens of billions by 2035. 

Here I mean an ambition for total addressable market, not revenue, transaction volume or enterprise value: a defensible estimate would require a TAM–SAM–SOM model, an attainable share, pricing architecture and competitor analysis. This, too, is an entrepreneurial scenario, not a valuation already demonstrated.


TALENT, PERFECTION, EXCELLENCE

The exceptional profile the talent that is not invisible but rooted in a place, the talent that cannot be overlooked begins with predisposition and with the possibility of translating it into an outcome. In my experience, I have often encountered it in the context of adversity or a complex psychological condition. That is a personal observation, not a law. Suffering does not produce talent. It can compel some people to develop unusual capacities, but it can also prevent capacities already present from emerging.

Potential is not yet excellence. Without determination, application and practical realization within an enterprise, an academic path or any setting in which observable value is contributed it remains a possibility. Contemporary research on giftedness accordingly describes talent as a developmental process: ability, opportunity, environment, motivation and psychosocial skills interact in translating potential into eminent performance.

Perseverance and even obsession can be accelerants; pain and the absence of a Plan B are not universal prescriptions for young people.

This is also the difference between perfection and excellence. Perfection, once idealized, immobilizes. Many young people aspire to a form without error and, when reality fails to coincide with it, compulsive self-criticism and hyperperfectionism take hold. It is an ideal construction that I can compare as an analogy, not a historical equivalence to Plato’s theory of Forms.

Excellence, by contrast, can be made partly quantitative. After the earlier contributions of Abraham de Moivre and Pierre-Simon Laplace, Gauss used the normal curve as a law of observational error; Adolphe Quetelet translated that probabilistic apparatus into the study of certain measurements across human populations; Francis Galton applied it to individual differences, heredity and eminence.

On a defined metric, I can observe a mean, a variance, a percentile and a standardized distance. I can say that a performance lies in the tail of a distribution.

I cannot, however, reduce a person to a single z-score, nor can I presume that every form of impact is Gaussian. Scientific-citation distributions are strongly asymmetric and exhibit tails heavier than those of a normal distribution. Other empirical phenomena may take similar forms, but a power law cannot responsibly be assumed without being tested.

Excellence is measurable only after the dimension, reference population, horizon and cost of the result have been named. This refinement does not weaken my thesis. It makes it usable.

I recommend unusual experiences and the cultivation of unconventional capacities to the young because many people receive stimuli passively. They do not observe, scrutinize or process them to the depth required to give them form. I spent a lifetime understanding what I was not, and a second understanding what I could become. Exceptionality will remain rare; no technology will abolish the tails of the distribution.

Technology can, however, reduce misalignment: the distance between an ability that exists and the opportunity to realize it. It can offer analytical tools to a young researcher, technical expertise to a builder, an editorial apparatus to an author and an organization of agents to an individual. When I say that we might eliminate two-thirds of the cases of misunderstood prodigies, I am not citing an experimental finding. I am stating my forecast and, at the same time, setting a design threshold. I want two people out of three among those who now possess a rare ability but no system through which to translate it to be able, at the very least, to reach the test of reality.

They will not all emerge. They will not all be right. They will not all build exceptional companies. But many more profiles located in the tails of the distribution will be able to apply, test, correct and strengthen their ideas at a speed previously inaccessible. Technology does not democratize talent. It democratizes part of the infrastructure required for talent to cease being merely private.


THE AGE OF THE CIRCLE

In my forecast, this process will require approximately ten years and grow through a dynamic similar to compound interest. Most of the perceptible acceleration may be concentrated in the final two years, around 2035, when what I describe today will not necessarily be “true” in every detail, but will be present enough to reshape everyone’s professional and personal life.

The Age of the Circle is the convergence of these movements. Education identifies and develops capacities; intelligent tools allow those capacities to be coordinated into enterprises; enterprises convert energy and computation into production; part of the resulting wealth returns to common infrastructure and individual long-horizon funds; those funds sustain new energy, advances in healthcare and new knowledge. The circle is not closed because nothing changes. It is closed because each passage feeds the next and returns, transformed, to its point of origin.

This is my long-term position. I do not wish to wait until inevitability is visible and then describe it in the language of the mainstream. I wish to write while the structure remains contestable, keep the analyses falsifiable and improve the system continuously. If I am wrong, the errors must remain legible. If I am right, the value will not come from retrospective praise, but from the temporal distance between intuition and its subsequent empirical confirmation.

The Problem of the Circle, then, is not the construction of a perfect system. It is the construction of a system able to learn from its own errors, translate excellence from one state into another and distribute possibility without pretending that talent, risk or responsibility can be abolished. This is the entrepreneurial form I seek. It is, probably, the form our era is making possible.


METHODOLOGICAL NOTE

The essay distinguishes four levels: dated observations; institutional projections; my own scenarios for 2035; and proposed constructs, including value translation, the Civic Provident Fund and the joule index. A citation placed beside an observation does not transform the forecast that follows it into a fact. The allocation and return examples are analytical illustrations, not financial, actuarial or pension advice.